per noi o per la scuola?
Si dice che si studia per creare una professionalità ma vediamo che né si studia né si lavora ma semmai ci lamentiamo di entrambi gli aspetti. Quindi la domanda che oggi voglio farmi è: Studiare per lavorare o studiare per sapere?
Tutti o quasi pensano che la scuola è per imparare un mestiere. Premesso che ritengo che a quattordici anni non si abbiano ancora bene le idea chiara su che cosa si voglia fare da grandi, così noi chiediamo ai nostri ragazzi di decidere e la maggioranza sceglie scuole professionali dove poi una percentuale di questi non arriverà mai al diploma o arriva per vie traverse o per merito dei genitori, una piccola parte sceglie scuole umanistiche o scientifiche in vista dell’università e altri non proseguono proprio gli studi.
Per chi prosegue con l’università le facoltà gettonate sono quelle gestionali e marketing … forse perché potrebbero apparire le meno faticose per poi accorgersi che ogni materia se fatta bene è impegnativa, mentre le facoltà di lettere per esempio non sono molto frequentate, quella di medicina ancora in carenza di posti, quella di legge super affollata e potremmo continuare, questo ci fa capire che comunque sono scelte per fare un lavoro e basta e non per conoscere costa completamente differente che fa la differenza nella persona.
Oggi credo che ci sia un’emergenza culturale più che sanitaria ambientale o altro perché se non riseci a far rispettare le leggi che ci pongono nella convivenza allora il problema è a monte è nella educazione. Oggi sembra che non sapere sia molto di modo e non sapendo ovviamente alcuni di questi pretendono di insegnare. Sono tutti tuttologi pensatori opinionisti motivatori … senza competenze ovviamente quindi si parla di tutto e di più senza conoscere la storia e i fatti di quel determinato argomento. Il vecchio proverbio sembra allora vero “chi sa fare fa e chi non sa fare insegna” purtroppo lo vediamo spesso. Non studiamo, non leggiamo neppure i giornali ci limitiamo ai titoli e alle figure ma crediamo al primo strillone di turno senza poter verificare per la mancanza di capacità di conoscenza.
La nostra superficialità sta creando un vuoto nella cultura e da qui nel lavoro e nella vita sociale e privata. Non si studia per lavorare e si critica ovviamente ne s’impara un mestiere e se lo s’impara a fatica e con qualche scorciatoia magari e poi si pretende però che il lavoro sia retribuito in una maniera che non è corrispettiva della prestazione e quindi si eliminano e si cambiano i lavori incolpando la società i datori di lavoro … gli altri.
Riprendiamo a vivere seriamente a studiare seriamente a conoscere, chiediamo ai nostri figli e giovani di conoscere e conoscere il più possibile di studiare perché questo li porterà ad avere delle professionalità e si avrà anche il lavoro ma senza fatica impegno sacrificio nessuno arriva se non con metodi moralmente discutibili ma se vogliamo una società sana che sia rispettosa, giovani educati adulti impegnati società belle collaborative tutti e ognuno deve compiere il suo cammino umano culturale sociale e anche religioso. Sono elementi fondamentali per crescere e vivere insieme le due dimensioni orizzontale (la vita) e verticale (lo spirito) non si va da nessuna parte.
Quindi non dico che tutti devono andare all’università ma che tutti abbiamo il dovere di studiare e di conoscere. Quindi come accennavo non tanto il titolo di studio che è solo per accedere al lavoro ma coltivate la conoscenza al di là del titolo. Incuriositevi delle cose andate a fondo di alcune tematiche appassionatevi. La conoscenza la lettura vi aiuteranno nella vita una vita bella e libera nel rispetto reciproco. Se per lo sportivo l’allenamento è indispensabile per una bella prestazione lo studio è per la prestazione migliore della tua vita. Molti oggi in molte parti del mondo non hanno questa possibilità e neppure il diritto alla studio, questa è la vera povertà.
Ti consiglio un bel libro che forse troverai interessante e che risponde al titolo di questa chiacchierata, che ho mutuato da Seneca: “La passione ribelle” di Paola Mastrocola edizioni Laterza.
@unavoce – foto: fonte