Nulla è perduto con la paceTutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo. (cfr. Pio XII, Radiomessaggio)

In questo frangente storico dove vediamo sulla scena mondiale la situazione dell’Afghanistan, non possiamo non pensare al lavoro dei nostri militari che in questi anni hanno prestato servizio in questa terra e alcuni di loro ci hanno lasciato la loro vita per salvaguardare quella di un popolo che ancora oggi si vede usato e maltrattato non potendo vivere con dignità nella pace e nella sicurezza. Assistiamo a momenti drammatici di genitori che abbandonano i figli per salvarli dall’atrocità di persone che a costo di tutto vogliono rubare la libertà ad altri.

“Tutto iniziò vent’anni fa, con l’operazione ISAF (International Security Assistance Force) istituita a seguito della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU n. 1386 del 20 dicembre 2001 per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Lo scopo iniziale della missione era la predisposizione di una forza di intervento internazionale per garantire un ambiente sicuro nell’area di Kabul dove il 22 dicembre 2001, a seguito delle operazioni militari condotte nell’ambito della missione Enduring Freedom, si era insediata l’autorità provvisoria afghana guidata da Hamid Karzai. In realtà militari italiani erano già presenti in Afghanistan dal 18 novembre 2001 con compiti di sorveglianza, interdizione marittima, nonché di monitoraggio dei traffici illeciti di droga e armi”. (cfr. Difesaonline)

Le parole del nostro Ordinario Militare rincuorano il nostro personale ancora impegnato per il rientro e per la sicurezza di Afgani che anno lavorato al nostro fianco e per quelli che sono messi a rischio della loro sicurezza personale.

La diplomazia è al lavoro ma i momenti come vediamo su tutti le testate e dai notiziari sono ancora difficili e il mondo occidentale scandalizzato da questi eventi. Cosa è giusto? difficile dirlo, certamente è sbagliato che un popo0lo debba scappare dalla sua terra, è sbagliato che alcuni domino su altri e l’unica via è la pace quella che si è cercato di costruire e di portare e a che acconti fatti sembra non si sia ottenuta. I pacifisti gridano, il mondo grida … ma poi cosa facciamo? Solo parole, alla fine chi lavoro sono i militari che cercano di garantire una pace anche se i risultati, che alla fine sono politici, non danno frutti. Troppi interessi ci stanno di mezzo, ma qui non voglio entrare in merito a una situazione difficile e che non conosciamo nello specifico ma dare rilievo ai nostri uomini e donne che in questi anni hanno portato il loro contributo e lo faccio riproponendovi alcuni passaggi dell’intervista del nostro Arcivescovo ad Avvenire.

“Nel pensare al ritiro dei militari italiani dalla missione in Afghanistan, da pastore, sento di manifestare loro una profonda gratitudine. Lo stile di competenza, correttezza e cura dell’umano che caratterizza i militari italiani è apprezzato ovunque e contribuisce incisivamente a creare un clima di rispetto e di pace, anche nelle relazioni con le autorità del luogo e con militari di altre nazionalità … In questo momento non possiamo dimenticare come il sacrificio di tanti nostri giovani militari, 53 nostri militari caduti e 700 feriti, è stata un autentica testimonianza che merita tutta la nostra gratitudine… grazie” ai cappellani militari: “I cappellani militari si prendono cura in modo globale delle comunità, ne condividono, nel quotidiano, le situazioni di difficoltà o di paura, l’incertezza e la delicatezza delle scelte, i momenti più sereni di fraternità. Rimangono accanto ai militari in situazioni drammatiche, quali attentati o incidenti, facendosi carico del dolore e dei problemi delle loro famiglie… La testimonianza personale è preziosa anche per la comunità internazionale ed europea che sarà artigiana di pace”, conclude il presule, “solo nella misura in cui vorrà ritrovare le radici cristiane che possono rinvigorire antropologie svuotate da valori e significati e contagiare di bene tante culture”. (cfr. Mons. S. Marcianò, Avvenire)

Questo l’auspico, lo sguardo e l’impegno che ora dobbiamo operare.

@unavoce

 

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